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La Curva di Laffer viene utilizzata dagli stati di tutto il mondo per controllare il livello di tassazione sopportabile dai cittadini; scopriamo insieme come!


Indice dei contenuti:

  1. La pressione fiscale in Italia e in Europa a confronto
  2. La Curva di Laffer per controllare la tassazione
  3. Conclusioni

1) La pressione fiscale in Italia e in Europa a confronto


Torna la vecchia domanda: è vero che l’Italia è il Paese più tartassato d’Europa?
Per rispondere a questa domanda in modo soddisfacente è bene fare un passo indietro ed avere bene in mente alcuni concetti di base per poter analizzare in modo corretto la tematica. In primo luogo, è bene comprendere cosa si indica con pressione fiscale e quali sono le principali imposte ad oggi presenti sul nostro territorio. Per pressione fiscale si intende la quota del reddito prelevato dallo Stato e dagli enti locali territoriali allo scopo di finanziare la spesa pubblica. Si tratta, in sostanza, dell’indice di quanto lo Stato chiede ai cittadini per far funzionare l’apparato amministrativo e per finanziare i servizi sociali. L’indicatore sulla pressione fiscale è determinato dal rapporto tra imposte più contributi sociali e il PIL (Prodotto Interno Lordo): Imposte + Contributi sociali / PIL = PRESSIONE FISCALE.
Ad oggi, le imposte esistenti nel panorama italiano sono:

  • Dirette: sul reddito e sul patrimonio, come IRPEF e IRES;
  • Indirette: su produzione e importazioni, come IVA, dazi doganali, bolli;
  • In conto capitale: prelievi eccezionali effettuati a intervalli irregolari, come le tasse di successione.


A questo punto, avendo appreso le basi del tema, possiamo addentraci nel merito. In primis, risulta essenziale capire come non sia affatto semplice ottenere un dato univoco per tutti i paesi UE sul calcolo della tassazione, in quanto certe imposte sono comuni a tutti i paesi ma altre sono specifiche e non sempre confrontabili per questo motivo si utilizza come indice di confronto il rapporto tra il gettito fiscale totale e il PIL di un paese, per vedere quanta parte della ricchezza di un popolo viene richiesta dal rispettivo Stato. A darci un quadro completo della pressione fiscale nei paesi europei è l’Eurostat, che nella sua ultima analisi svolta del 2018 ha riscontrato una situazione in cui la Francia si conferma il Paese europeo dove la tassazione è più elevata, mentre l’Italia resta ferma al settimo posto. Ebbene, nel rispondere alla domanda iniziale, non è l’Italia il paese più tassato d’Europa, anche se comunque rimane tra le prime posizioni. Vediamo quindi nel dettaglio la classifica della pressione fiscale in Europa in rapporto al PIL:

  • in Francia la pressione fiscale è al 48,4%, in aumento dall’anno precedente (48,3%);
  • Belgio (47,2%, in aumento dal 47%);
  • Danimarca (45,9%, in calo rispetto dal 46,8%);
  • Svezia (44,4%, in calo dal 44,7%);
  • Austria (42,8%, in aumento da 42,4%);
  • Finlandia (42,4%, in calo da 43,1%);
  • Italia (42%, in lieve calo rispetto al precedente 42,1%).

Molto più pesanti invece i carichi sulle imprese. Dai dati di Banca Mondiale e Cgia in testa c’è la Francia con il 60,7%, segue l’Italia con il 59, 1%, poi la Germania 48,8% e l’Irlanda con il 23%.

2) La Curva di Laffer per controllare la tassazione  


Come avrete sicuramente già capito leggendo con attenzioni i dati statistici citati nel precedente paragrafo, le imposte risultano essere elevante nella maggior parte dei paesi europei e del mondo e la nostra penisola non fa sicuramente eccezione alla regola. La ragione è assai semplice, molti governi hanno un elevato debito pubblico al quale devono far fronte per poter attivare nuove politiche economiche necessarie per la crescita dei paesi. Di conseguenza, le imposte sono, senza ombra di dubbio, uno degli strumenti più efficaci da parte degli stati per ottenere quella liquidità necessaria per far fronte alle spese pubbliche presenti e future. Di contro, l’elevata tassazione all’interno di un paese è ormai risaputo che comporta un forte malcontento a famiglie e imprese che si ritrovano una grande quota del loro salario/reddito decurtato dallo stato. Per tenere sotto controllo il malcontento della popolazione ma al contempo continuare a garantire un ingente flusso in entrata di liquidità nelle casse dello stato, quest’ultimo si affida in molti casi alla oramai nota Curva di Laffer.

La curva di Laffer è la rappresentazione della relazione tra la pressione fiscale e le entrate fiscali dello Stato. Fu impiegata da Arthur Laffer, economista dell’University of Southern California (Usa) per convincere l’allora candidato repubblicano alle elezioni presidenziali del 1980, Ronald Reagan, a diminuire le imposte dirette. La curva di Laffer serve a dare rappresentazione visiva alla teoria per il quale un aumento della tassazione non coincide sempre con un automatico aumento del gettito fiscale. Per comprendere meglio questa teoria, ci rifaccia ad un semplice grafico in cui nell’asse delle ascisse (X) viene posta l’aliquota di imposta media, ossia la pressione fiscale media rispetto al reddito, e sull’asse delle ordinate il gettito fiscale che lo Stato ottiene dall’imposta.

curva di laffer
Arthur Laffer ipotizza l’esistenza di un punto limite (T*) oltre il quale l’aumento della pressione fiscale non è più conveniente poiché riduce l’ammontare complessivo delle entrate fiscali (G*)
. La logica alla base della curva di Laffer è molto semplice. Quando il prelievo fiscale diventa eccessivo anche le stesse attività economiche di impresa diventano meno profittevoli, si riducono gli investimenti e aumenta la disoccupazione. L’eccessiva pressione fiscale può anche aumentare il fallimento delle imprese o la delocalizzazione degli impianti produttivi verso altri stati. Le minori imprese e la maggiore disoccupazione riducono il reddito nazionale e di conseguenza anche la base imponibile su cui è applicata l’imposta fiscale. Tutto questo comporta, una riduzione del gettito fiscale e delle entrate pubbliche da parte dello Stato.

Teoria di laffer
Ebbene sì, tramite la Curva di Laffer è dunque possibile sapere in anticipo qual è l’esatto punto (c.d. punto di ottimo) da non oltrepassare nella riscossione delle imposte per non rischiare di ottenere una pressione fiscale eccessiva che generi da un lato un forte malcontento tra i cittadini e dall’altro una riduzione delle entrate di cassa dello stato. Da qui l’esigenza di non aumentare eccessivamente la pressione fiscale e ridurre la spesa pubblica.

3) Conclusioni

 
In conclusione, risulta chiaro come a livello teorico esista un livello di tassazione ottimale (T*) capace di fornire il massimo di gettito fiscale in una certa economia. Qualunque scostamento da quella quota significa e ha come implicazione una diminuzione nelle entrate fiscali. Tuttavia, molte sono le discussioni e le critiche che negli anni sono state rivolte alla teoria dell’economista A. Laffer, tra le più autorevoli e riconosciute 2 spiccano tra le altre:

  • La struttura della teoria di Laffer può variare a seconda della realtà alla quale si applica. Infatti, ogni paese ha le sue peculiarità e le sue diverse tipologie di imposte, dunque ciò che può valere per un paese potrebbe essere non altrettanto veritiero per un altro;
  • Ancor più problematico risulta il calcolo nelle situazioni concrete della tassazione ottimale da applicare per massimizzare le entrate fiscali. Infatti, risulta molto complesso riuscire ad individuare nell’economia reale di un paese il punto di ottimo (T*).


Dicci la tua nei commenti qui sotto e leggi l’articolo “Perché i ricchi non pagano le tasse? Buy-Borrow-Die method” su SuitUpBlog 🙂