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Molti di noi stanno studiando per lavori che non esisteranno più nei prossimi anni, altri invece cavalcano l’onda del progresso e dell’innovazione tecnologica e guardano avanti verso le professioni del futuro, verso un mondo del lavoro nuovo. 


Il successo della politica economica sta anche nel riuscire a garantire l’occupazione e condizioni di vita quanto più dignitose ad un elevato numero di individui; la situazione occupazionale può essere particolarmente in sofferenza durante periodi di recessione, florida quando l’economia si espande e decisamente incerta in periodi di transizione tecnologica, come le rivoluzioni industriali. É in particolare durante questi momenti che aumenta la preoccupazione diffusa circa la possibilità di sostituzione tecnologica delle mansioni esistenti in favore di nuove.

In tempi recenti, il famoso economista Keynes predisse un fenomeno da lui definito “disoccupazione tecnologica”: quando il progresso tecnologico consente di adottare nuovi modi per ridurre l’utilizzo del lavoro più rapidamente di quanto si riesca a individuare nuovi impieghi di lavoro, si verifica un fenomeno di disoccupazione temporanea che colpisce soprattutto i Paesi che non riescono a porsi sulla frontiera tecnologica. Dunque, per chi teme che tecnologia e robot abbiano il sopravvento sull’uomo, il Professor Taisch, dell’Università Politecnica di Milano, fa presente che “le macchine non sono destinate a sostituirlo, ma ad aiutarlo a svolgere attività a basso valore aggiunto” (Atti et al., 2018); ciò significa, però, che tutte quelle professioni c.d. “routinariepotrebbero essere a rischio sostituzione.

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Un ulteriore studio ha calcolato il numero di occupati a rischio in Italia, partendo dello schema logico seguito da Frey e Osborne, aggiustandolo per la classificazione occupazionale utilizzata dall’Istat e considerando un orizzonte temporale di 15 anni (entro il quale si prevede l’apice della Quarta Rivoluzione Industriale): i dati revisionati indicano che circa 3,2 milioni di lavoratori sono a rischio disoccupazione, pari al 14,9% del totale in Italia (The European House – Ambrosetti, 2017).

Dalla ricerca non emergono rilevanti differenze a livello di genere o su base territoriale, mentre é stato riscontrato che i lavoratori nella fascia di età 15-29 anni sono relativamente più a rischio rispetto agli over 55: gli autori sostengono che il dato é dovuto probabilmente al fatto che gli over 55 attualmente occupano posizioni di grado apicale nelle organizzazioni, a minore contenuto operativo e maggiormente strategico. Dall’elaborazione delle informazioni raccolte, il profilo lavorativo caratterizzato da un minor rischio presenta le seguenti peculiarità:

  • lavoro non ripetitivo;
  • capacità creative e innovative richieste dall’attività lavorativa;
  • complessità intellettuale e operativa;
  • capacità relazionali e sociali

Altro importante tema da trattare é quello relativo alle nuove figure professionali che si vengono e si verranno a generare con l’avvento delle tecnologie 4.0. (se vuoi approfondire clicca qui). In merito a questo argomento é bene sottolineare una ricerca sulle “web vacancies” regionali, condotta da WollyBi-Italian labour market digital monitor, frutto della collaborazione tra TabulaeX, società spin-off dell’università Milano Bicocca, e Crisp (Centro di ricerca interuniversitario per i servizi di pubblica utilità), che ha analizzato oltre 121 mila annunci di lavoro per il settore manifatturiero sul web. L’obiettivo della ricerca era molto semplice: capire quali sono le professioni del futuro.

Da tale ricerca si é scoperto che il futuro del lavoro é in queste (ma non solo) professioni:

  1. Regulatory Affairs: “é quella figura professionale che deve conoscere perfettamente la normativa che regola il settore, facendo in modo che le domande di autorizzazione per la commercializzazione di un bene siano corrette” (Nuove Professioni, 2019);
  2. Business Analyst: “é responsabile di identificare le esigenze di business dei suoi clienti e stakeholder, per determinare le soluzioni di problemi di business” (IIBA, 2019);
  3. Hse Specialist: “organismo di controllo per la sicurezza sul lavoro” (Garzanti Lingustica, 2019);
  4. Designer Engineer: “si tratta di un ruolo manageriale su cui cade la responsabilità di creare il design e lavorare alla certificazione nonchè alla realizzazione di sistemi elettronici avanzati” (UrbanPost, 2017);
  5. Cyber Security Specialist: “ha il compito di prevenire le minacce cyber, calcolarne i rischi, mitigare gli effetti di attacchi e l’intrusione nei dati sensibili” (CyberSecurity360, 2018);
  6. Business Intelligent Analyst: “mette a disposizione dei clienti soluzioni logiche o tecniche per organizzare, categorizzare, rielaborare le informazioni di un’azienda, facendo sì che queste possano dare indicazione sull’andamento del business e sulle decisioni da prendere per migliorarlo” (Miriade, 2018);
  7. Data Scientist: “è il portatore di una serie di competenze che permettono alle aziende non solo di sfruttare i dati disponibili per generare vantaggio competitivo, ma anche di creare nuovi modelli di business” (Wired, 2019)

Alcune di queste professioni sono ancora non molto conosciute, altre invece vengono già da alcuni anni utilizzate nelle imprese italiane e non, come nel caso del “Hse Specialist” e del “Cyber Security Specialist”, ma quel che é certo é che nei prossimi anni sicuramente si verranno a creare nuove professioni che necessiteranno di nuove capacità e competenze da parte dei lavoratori e nel contempo molte altre scompariranno in parte o definitivamente, come il celebre caso delle “Sentinelle Militari”, le quali individuavano la presenza nemica con localizzatori acustici chiamati “tube di guerra”. Successivamente con l’avvento dei radar questa figura professionale scomparve completamente (Focus, 2016).

Sulla base delle nuove professioni individuate dalla ricerca, sono state estrapolate le c.d. “hard skills”, cioè “competenze traversali o meta competenze” (FarmaLavoro, 2015); in altre parole sono quelle competenze che si ottengono attraverso studi, specializzazioni ed esperienze personali.

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Le hard skills più richieste dalle imprese 4.0 sono molteplici, tra cui: nell’area amministrazione, marketing e vendite emergono abilità legate a social network, seo copywriting o gestione dei blog. Nell’area progettazione, produzione automatica e logistica prevalgono security e connettività, mentre nell’area sistemi informativi le skills più gettonate ruotano attorno alla data analysis (Sole 24 ore, 2016).

In conclusione, ciò che si evince in modo chiaro dall’analisi sopra esposta è che, senza dubbio, nei prossimi anni ci troveremo sempre di più a dover collaborare con robot o altre forme di “tecnologia” all’avanguardia, le quali risulteranno sempre più efficienti (ottime performance) ed efficaci (basso costo della manodopera); dunque sarà nostro dovere non diventareobsoleti” ma al contrario collaborare con queste nuove tecnologie per creare nuove occupazioni e nuovi lavori. Per far ciò, l’uomo dovrà sapersi reinventare ogni giorno (per sopravvivere) grazie alla nostra creatività che la natura ci ha donato e che nessuna macchina potrà mai sostituire.


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